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Shall I compare thee to a summer's day?[La mia vita "on demand"] June 07 Universi paralleli Ho deciso di scrivere questo pezzo dopo un lunghissimo periodo di inattività. Inattività dettata dalla mia esperienza all'estero prima ancora che dal mio calo di capacità creativa (dovuto all'apprendimento di una nuova lingua). Tra i vari motivi che mi hanno portato a questo racconto ce ne sono 2 maledetti e 2 stupendamente felici: Un incidente aereo che ha riaperto molti dei miei interrogativi, nascosti sul fondo del mio cuore; un incidente in moto nel quale è rimasta coinvolta una persona che non conoscevo ma ho sentito vicinissima; una conversazione davanti ad un barbecue e l'incoraggiamento incessante di 3 ragazze che non si conoscono ma dicono le stesse cose (Valentina, Serena, Marina). Cose e persone diverse che dicono le stesse cose. Universi paralleli. Il rumore delle chiavi che si infilano nella serratura spaventa il gatto, addormentato sulla poltrona accanto alla TV. Il giovane entra ripetendo automaticamente le operazioni di sempre: appoggia la borsa a tracolla di pelle accanto alla porta, le chiavi nel piattino alla sua sinistra, la giacca sull’appendiabiti in ghisa. Questa sera non sente il bisogno di accendere la luce, quasi identificandosi in quel gatto grigio e nero che lo scruta da sotto il divano. Apre la camicia a righe sul petto dirigendosi verso la doccia. Apre l’acqua. Apre la mente. Si ferma per un attimo a guardarsi allo specchio, seguendo con le dita la conformazione del suo volto. Le guance lasciano il posto al mento con la barba curata, da impiegato; il collo fino ed allungato mette in risalto le spalle, abbastanza pronunciate. Guarda se stesso cercando la sua anima, nascosta a fondo sotto quella barba, quelle guance e quel mento.
Un ragazzo corre su una strada lunga e dritta, veloce, ma non troppo :- mamma è preoccupata quando esco in moto, dice sempre che due ruote sono meno sicure di quattro-. Il giovane sembra guardare la primavera sbocciata sul viale: in realtà sta calcolando distanze, controllando incroci, cercando pericoli. Quel ragazzo, con la barba curata sotto il casco nero, ha la testa sulle spalle e si guarda allo specchio quando rientra in casa la sera, appoggiando le chiavi accanto alla porta e togliendosi la giacca in pelle da motociclista. La sua testa si ferma dritta in avanti, gli occhi si aprono, il respiro si fa’ profondo.
Guarda allo specchio il suo petto, il suo respiro tranquillo e regolare. Chiude gli occhi a pensare quanto sia bella quella primavera appena sbocciata sui viali. L’acqua della doccia è calda abbastanza, si tuffa sotto cercando il giusto riposo dopo una giornata di lavoro. La giacca rimane appoggiata all’attaccapanni in ghisa mentre il gatto, guardingo, controlla il suo territorio.
Una macchina si immette su un lungo viale fiorito di primavera, la sua testa si ferma dritta in avanti: gli occhi si aprono, il respiro si fa’ profondo. Impatto. Un viale fiorito che diventa autunnale. Due vite parallele in due mondi diversi. Voltaire lo fece dire a Candido: "Se questo è il migliore dei mondi possibili, allora dove sono gli altri?"
Un viale autunnale, una doccia primaverile, due barbe curate sottostanti due leggi diverse. November 17 There's aNOther way.Guardo dritto davanti a me senza riuscire a vedere. Ho riaperto gli occhi da poco. Immaginavo che tutto potesse essere realmente diverso da come lo avevo lasciato. Quando sentivo suoni ed ascoltavo voci compassionevoli; quando le mie spalle si inumidivano di pioggia e le mie mani toccavano visi; quando assaggiavo i nuovi piatti preparati dallo chef . Tutto poteva essere diverso se solo avessi potuto vederlo con i miei nuovi occhi, giorno dopo giorno mi convincevo che anche i più sudici dei miei pensieri si sarebbero puliti in una catarsi: senza dolore, senza parole, senza domande. Solo vista, occhi, novità. Guardo dritto davanti a me e vedo: Quella vita che pensavo diversa, quella strana percezione che era scaturita da troppe informazioni equivoche. Chiudo gli occhi e rimetto il mio volere a qualche entità che decida quale vita farmi osservare. Preferisco immaginare che tutto sia qui, proprio così, come lo voglio ad occhi chiusi. November 13 EVERYBODY IS IN THE PLACE (feat. Prodigy)Sedevo su una sedia comoda, pensando a qualcosa non ben presente nella mia mente. Sapevo che esisteva, sentivo il cervello lavorare: non sentivo, però, il bisogno di impegnare una parte di me per scoprire cosa passasse tra il cuore e la testa. Ebbi un flashback così veloce da sembrare un colpo di pugnale: Vidi degli occhi marroni, affilati sui lati, teneri e severi allo stesso tempo. Vidi delle sopracciglia fine, tagliate verso l’alto, sorridenti. Sentii una voce squillante cantilenare qualcosa. La vidi tutta, avvolta in quei capelli castani, mai troppo lunghi perché potessero togliermela dalla vista. Pensai che alla fine i ricordi ci aiutano a non essere soli. “Anche se fossi al Polo Nord, ripetevo tra me e me, basterebbe guardare una foto per sentire che qualcuno sta scaldando il mio ricordo, così freddo in questa piccola tenda.” Sedevo scomodo su una sedia comoda, pensando a qualcuno che non volevo ricordare. Dicevo che non volevo impiegare alcuna forza per scoprirne il volto. In realtà la stavo guardando, come un film muto ed antico, che si colora pian piano, e poi riceve l’audio, infine anche i sottotitoli. La guardavo senza sentirla mia, davanti a me, capelli marroni ed occhi sorridenti. Un viso caldo che però non riscalda: è freddo quello che provo. Cosa fare se hai freddo? Cosa fare se sei seduto su una sedia comoda fredda come una tenda al polo nord? Guarda la tua foto, il tuo ricordo, il tuo flashback: Guardo due occhi marroni, due sopracciglia tagliate verso l’alto, dei lunghi capelli castani, mai troppo lunghi per dimenticare; il film si colora, l’audio squarcia il silenzio, strappandolo come una tenda. Crudeltà: La foto che usi per dimenticare la tua vita reale è un’istantanea, scattata 3 secondi prima. Cerchi di scordare ciò che in realtà stai guardando. Il cerchio quadra adesso: riconosci perfettamente quella sensazione che passa tra il cuore e la testa. Come si sentisse scoperta si ferma, lì al centro: un groppo in gola. October 03 Torture me“Si materializzava in lui uno strano sentimento quando si soffermava a pensare alla vita. Non ne aveva percezione certa, ma quando entrava per un attimo nella dimensione propria dei desideri sentiva il bisogno di provare cosa fosse realmente importante. Non lo eccitavano più le donne, né le macchine veloci, neppure le puntate al casinò. Riusciva a sentirsi realmente vivo solamente quando qualcuno gli procurava dolore. Che fosse una malattia? Non lo pensava minimamente: si sentiva vivo quando sapeva di poter perdere, da un momento all’altro, quello che lo faceva essere un vivente. Sapeva, ovviamente, che non sarebbe avvenuto: quale torturatore vorrebbe la morte del suo sottoposto prima di aver ottenuto le informazioni che desidera? Il boia in questione aspettava danaro, e per nulla al mondo avrebbe ucciso una preda così opulenta.” “Quando lo conobbi stavo cercando online informazioni sulla tecnica del waterboarding. Me ne aveva parlato un amico di ritorno dall’Iraq, dicendomi che lo aveva appreso sul campo, da soldati americani. Consisteva nel poggiare un panno imbevuto d’acqua sopra la bocca del malcapitato. Dopo averlo bendato si doveva procedere gettando regolarmente acqua sul naso e sulla bocca tenuta aperta dallo straccio:- La sensazione è simile a quella di un annegamento!- aveva esclamato il mio conoscente. Il torturatore non è un mestiere facile: sei sottoposto a stress continuo, vuoi sentirti il padrone del mondo, il più forte degli uomini. In realtà sei malato. Alzai la cornetta dopo aver visto quella pagina personale in Internet: “Facoltoso ricerca torturatori professionisti per attività lavorativa”. Mi rispose una voce anziana, forbita e per nulla sofferente. Mi diede appuntamento per lo stesso pomeriggio in casa sua. Parcheggiai la mia Bentley sul lungofiume e mi avviai a piedi verso l’indirizzo scritto nella mia agenda. L’aria invernale della città era respirabile, per niente rarefatta. Un gruppo di operai iniziava a preparare le prime illuminazioni natalizie ed un padre premuroso aggiustava il cappello rosso al suo bambino. Arrivai al campanello con 2 minuti di anticipo e decisi di fumare due sigarette: doveva pensare che non andassi, che torturatore sarei stato, se mi fossi presentato in anticipo? L’attesa è la peggiore delle malefatte, soprattutto per chi è impaziente. Suonai con 10 minuti di ritardo, stringendo in una mano la ventiquattrore di pelle nera. Udii uno schiocco meccanico seguito da un rumore elettrico prolungato: Aprii il portone ed iniziai a salire le scale. Quando lo vidi alla porta, in giacca e cravatta, con le mani giunte quasi in preghiera, capii che non ero lì per un lavoro: ero arrivato solamente per lui. Entrai e richiusi quella barriera tra le perversioni ed il mondo esterno, lo guardai mentre tirava fuori un rotolo di banconote e lo interruppi con la mano facendo un cenno:- Mi pagherà dopo.- Si stese, docile, su un lettino con cinghie di pelle, simile a quello delle camere della morte americane. Attesi che si fosse sistemato e lo bendai. Mentre ripulivo la punta del trapano dalla materia grigia che gli era colata dal cervello pensai alla sua cassaforte, ai suoi soldi, alle sue macchine ed ai quadri d’autore. Sorrisi pensando che la mia casa era più bella, che non potevo aspettarmi di meglio dalla vita se non la sua faccia, così perplessa, appena capito che non sarebbe sopravvissuto. Tornai alla mia Bentley, si aprì docile con il comando a distanza. Tornai nuovamente a sorridere: Tutti crediamo di essere sicuri finché qualcuno ci protegge, non pensiamo per nulla che il nostro aguzzino, in realtà, potrebbe essere proprio il nostro stesso protettore.” September 17 L'ombra del nanoQuando mi appollaiavo sopra la sedia del giudice di gara, dopo aver camminato per pochi metri su un campo in terra rossa o in erba, mi sentivo forte, quasi invincibile. E' difficile spiegare quello che provavo: inizialmente il sangue mi ribolliva impotente nelle vene, come se avessi lo Stige, al posto del cuore. Poi, appena il piede destro si posava sul primo gradino della scaletta, iniziava dentro me una trasformazione radicale: Da impotente schiavo della vita diventavo colui che, almeno per un po', comandava due ignari personaggi, inconsapevoli di essere ridotti a marionette. Osservavo la mia ombra, mentre mi approssimavo a Dio, la vedevo lunga e forte, impersonale. Mi usciva un sorriso tra i denti, che nessuno vedeva; il mio cervello lo percepiva però, si sentiva potente. Quando andai in Sierra Leone, chiamato per un open, ebbi paura di quei ragazzini col fucile, urlai durante la perquisizione in aeroporto, mi dovetti cambiare i pantaloni dopo l'assedio dell'albergo. Salii sulla sedia, infine: dimenticai tutto e manovrai le mie due marionette inconsapevoli, guardando di tanto in tanto la mia lunga ombra, scordandomi il passato. Oggi la sedia non c'è più. Le mani raggrinzite tremano, i capelli bianchi si diradano di giorno in giorno. L'ombra è rimasta, corta e tozza. Cammino in strada, passeggio tranquillo. Lo vedo passare: alto e bello, forte. Eppure cammina impaurito, insicuro. Vedo la mia ombra sovrastarlo, sorrido tra i denti e cerco i fili, di quella mia nuova marionetta. September 09 EstunnoGuardo fuori dalla finestra. Sembra ieri: questi campi diventavano verdi, le foglie ricrescevano dopo un lungo inverno. Non avevo molta voglia di uscire allora, il freddo era ancora troppo rigido e passavo le serate guardando la televisione accanto ad un the caldo, sperando di vedere dentro il mio letto una donna dormire sorridente, aspettando un bacio stanco in una mattinata nebbiosa. Guardo fuori e le foglie, da verdi, si sono ingiallite per il sole. E’ bello osservare come la natura si prepari, già prima del cambio di stagione, ai nuovi colori. E’ ancora estate, certamente, eppure le foglie sono gialle di sole; tra poco l’autunno, e le foglie si ingialliranno per altri motivi. Noi saremo già abituati a questo colore, quasi non ce ne accorgeremo. Guardo fuori dalla finestra e vedo passare i colori. Quali quelli dentro di me? Strano a dirsi, sta arrivando l’estate, la stessa che finisce nel resto del mondo. Lo sguardo scende dalla finestra, in basso fino al comodino. Mi fisso a guardare il bicchiere d’acqua accanto al letto, ricordo di non aver mai bevuto di notte, in tutti questi anni. Dorme abbracciata al cuscino, un leggero sorriso nasce all’angolo destro della bocca. La mia estate in arrivo. September 06 EvenLa neve soffice e perenne, incastonata in quell’angolo di montagna, è ancora nuova e fresca. Si è posata nel corso degli anni e mai nessuno vi ha posto piede. La distesa è compatta e lunga: inizia dove finisce il pietrisco e termina dove la montagna si fa’ ripida, talmente tanto pendente da non poter ospitare nulla, né alberi né neve. Solo pietre. Cammino con fatica sul sentiero: era già ripido quando lasciai il campo base, tre giorni addietro; ora è scosceso, non riesco a camminare senza l’aiuto della piccozza. Ho preso il ritmo poco a poco, faticando e pensando a ciò che facevo: Un piede avanti, peso sul piede d’appoggio e poi piccozza, peso sulla piccozza e l’altro piede che passa, avanti anch’esso, piccozza. Il movimento è diventato automatico, quasi non penso più a quel che faccio: cerco le buche, celate dalla neve, evito di finirci dentro. Non so perché mi sono imbarcato per questo viaggio in solitaria: scalo una montagna che non è ritenuta difficile. Nessuno ha mai aperto una via qui, tutti lo ritenevano troppo facile, quasi da incapaci. Forse avevo solo bisogno di sentirmi solo per un po’, forse cercavo la tranquillità che non avevo trovato prima, forse. Pulisco il sudore che mi cola sugli occhi, bruciano mentre li strofino con il bordo della giacca a vento: penso alla fine del pietrisco, all’arrivo sulla neve, al momento in cui mi sdraierò sulla distesa aprendo e chiudendo le gambe e le braccia come i bambini, creando una farfalla pronta a volare ancora più in alto, verso la cima dei monti. Vedo la fine, ormai. La luce del sole non è ancora alta ed arriva da dietro. La mia ombra è un clone nero e alto, che si staglia maestoso sulla nuova neve. Mi fermo e ringrazio il ghiacciaio per avermi permesso di conoscerlo: quasi a chiedere il permesso di entrare, di poggiare il piede. Il primo passo: come quello di un bambino appena lasciato dal papà, libero finalmente di camminare da solo. Calpesto la neve e mi sento libero. Inizio a correre! Mi guardo indietro e scorgo le impronte di piedi, solo miei, di nessun altro. Mi sdraio su quel manto bianco, come avevo pensato: Le braccia si muovono assieme ai piedi e formano una farfalla stupenda, illuminata dal primo sole. Mi alzo e mi allontano un poco, sedendomi su un piccolo sasso. Sorrido, mentre la guardo volare via per raggiungere la vetta più alta. Sorrido ancora quando capisco che non dobbiamo essere in due, per godere appieno del mondo. August 31 Sceglierai?Esiste un posto nel mondo e nel cuore che, quando si guarda, lascia un senso di desolazione unico ed inimitabile: la pianura. Si voglia chiamare tundra, deserto, tavoliere; rimane sempre un luogo adatto al pensiero, che è libero di vagheggiarvi come un cavallo lasciato allo stato brado. I pensieri, si sa, alle volte fanno male, trapassano la carne come lance alla ricerca del bersaglio, e quando lo trovano la pianura non diventa solamente desolata, ma anche malinconica. Un giovane sui 30 soleva sedersi in una panchina in legno, poggiata appena fuori al piccolo distributore con bar che tagliava in due la statale da Bologna a Venezia. Osservava le macchine passare e, di tanto in tanto, entrava zoppicando vistosamente all’interno di quel bugliolo, che si chiamava bar, ma all’uscita era solamente una bettola. Ordinava alcolici e ne beveva solamente per metà, lasciando l’altra a marcire nel bicchiere, quasi come se ogni consumazione fosse un nuovo amico per vincere la noia di quella strada, di quelle macchine lanciate, di quella bettola così sudicia e dimenticata. Mentre, una domenica, il giovane sedeva con in mano un negroni su quella vecchia panchina tarlata, si fermò al distributore una macchina nuova fiammante. Il motore si spense e ne scese una giovane donna. All’apparenza non gli avrebbe dato molta più importanza di quanta ne avrebbe data a quel bicchiere con ghiaccio. Man mano che si avvicinava, però, i suoi fianchi generosi, i suoi capelli neri con i riflessi blu, gli occhi affilati ed un triangolino nero di trucco ai lati, lo stregarono del tutto, così che quando fu passata davanti alla panchina e stava tirando a sé la porta del bar, il giovane annusò a pieni polmoni, un levriero da corsa, il sapore di quell’anima perfetta. Dieci minuti interminabili passarono, un negroni sorseggiato lentamente, un odore martellante in testa. Uscì la bella ed il giovane uscì anche: una dalla bettola l’altro dai pensieri:- Sei bella.- Disse guardando il fondo del bicchiere, come se stesse cercandovi qualcosa. In realtà si vergognava, avrebbe voluto entrare sotto la macchina, ferma sotto la tettoia, salire dal basso fino al motore caldo ed accoccolarvisi come i gatti impauriti. Rimanere attaccato, lei alla guida, lui a dare la spinta necessaria per raggiungere la vita. :- Grazie- rispose lei in un raggiante sorriso, stringendo le mani di bimba sotto la borsa, grande, a quadri. La vide, stringere quei pugni. Forse la difficoltà del momento, o la forza dell’abitudine. :- Non so cosa dire, con precisione, non sono capace a dire altro, ad andare oltre al grazie, non c’è quel che cerchi te, in me. Non c’è quel che ti aspetti e nemmeno quel che non ti aspetti, non c’è. Mi innamoro delle persone che voglio io, persone che non mi guarderanno mai, forse. E forse è proprio per questo che me ne innamoro: so di non poterle ottenere.- Lui continuava a guardare il suo bicchiere colorato d’ambra: ora pensava. Pensava che avrebbe dovuto decidere lui cosa c’era in lei, pensava che forse avrebbe dovuto dirle tutto quello che stava guardando. Pensava che avrebbe dovuto domandarle da dove venisse e cosa pensasse della sua vita. Pensava e non parlava. Lei si girò lentamente, trasformando il sorriso in una smorfia di dolore, si avviò verso la macchina. Allora parlò, quel giovane vecchio. Cadde il bicchiere, si ruppe in mille pezzi, cadde anche un invisibile sipario:- Quando smetterai di farti scegliere dagli altri? Quando, finalmente, sceglierai?- Non sapeva se avesse colpito nel segno, non avrebbe mai potuto saperlo. La giovane donna si girò, a cercarlo con lo sguardo affilato, da gatta. Non c’era più, su quella panchina solo un bicchiere di negroni. Sulla pianura scendeva la nebbia, sembrava si potesse tagliare a fette. Qualcosa successe quel giorno: in due voltarono pagina. Non sapevano come, né perché. Sarebbe successo. August 20 un'aLaHo osservato la Luna in tutta la sua grandezza. Crateri, pianure e mari. Bianco candido del latte contro il nero drappo del cielo. L’ho osservata in compagnia. La Luna che esiste da sempre, quella che salvò soldati in battaglia ed uccise uomini per vendetta. La stessa che fece trasformare in bestie le persone più mansuete del mondo. La Luna, bella e misteriosa; debole e imponente. Guardavo quello stupendo disco bianco, quando mi è stato chiesto:- Ma questa Luna, non si può spegnere?- Ingenuità? Non lo so: guardavo il lago, il riflesso delle piccole onde oltre i cespugli, il colorito bianco dell’acqua. Mi sono chiesto se io, dalla Luna, sono stato trasformato o salvato. Difficile dire se è stato il freddo o la luna, a farmi avvicinare ad un altro corpo, com’è difficile dire se quel corpo, che sobriamente mi ha respinto, mi ha salvato o trasformato. Difficile, ma non impossibile. Non trasformato, non salvato. La Luna mi è entrata dentro, quella sola luna, di quella sola sera. E’ entrata dentro e brucia, si muove e si ingrandisce tra il cuore e lo stomaco. Aspetto si spenga, si posi tra i ricordi più belli. Ora mi urla dentro, però. E mi dilania. August 14 UnintendedUn insieme di luci cangianti accecano la vista dei malcapitati spettatori. E’ un attimo: flash azzurri ti penetrano nell’iride, tentano di strapparla alla radice, come medico inesperto.
Osservo fuori dalla finestra il regolare passaggio della luce del faro, ascolto il passare dei secondi sull’orologio Tic, Tac, Tic, Tac. Non immaginavo che ci sarebbe stato questo brutto tempo, in questi giorni nel Norfolk. Certo, avrei dovuto prevederlo, qui piove per 364 giorni l’anno. Quando mi hanno proposto di andare a vivere nella piccola casa demaniale davanti al faro di segnalazione ho accettato senza pensarci due volte: Il fascino del guardiano, la concentrazione che ricercavo per i miei studi, i possibili bagni interminabili nell’oceano. Ma piove, piove senza interruzione. E quest’acqua mi penetra nelle ossa, e bagna tutto, anche il mio animo. Lo rende fertile, pronto perché i semi della tristezza lo fecondino. L’ispirazione entra ed esce dalla mia porta: scrivo tre pagine, quattro, in sole tre ore; finisco, e se ne va. Accartoccio tutto e lo butto nella piccola stufa economica, che oramai ha dentro sé un libro intero, e lei sì, che potrebbe pubblicarlo. Questo orologio scandisce il tempo: tic, tac, tic, tac. La luce del faro entra dalla finestra nella sala, illuminando il buio della candela, passa fin sotto le coperte umide di pioggia. E’ un attimo. Bussano alla porta. Mi fa’ piacere, anche se non capisco bene per quale motivo dovrei sentirmi avvinto, dal vedere una persona in questo posto desolato. Mi alzo e vado ad aprire. Due valigie all’uscio. Davanti, nessuno. Sto per chiudere quando un piccolo piede si mette tra lo stipite e la porta: mi fermo. Riapro. Zuppa, fredda, come la mia anima di guardiano del faro. Mi guarda e sorride, amabilmente. Vedo migliaia di farfalle colorate volare all’interno della casa, aprire le tende, scaldare l’acqua, preparare il the. Lei lì, immobile, seduta sulla piccola poltrona accanto alla stufa, continua a sorridermi, quando la guardo mentre le porto il the. Preparo il bagno, gli asciugamani e qualche mio vestito, tra quelli più piccoli. Mi siedo fuori a pensare, sotto la pioggia, aspettando sia pronta. Quando esce dal bagno è come se l’orologio scandisse un altro tempo, quello di altri secondi, più belli dei precedenti. Il faro, con la sua luce monotona, diventa un arcobaleno di colori. Entro in casa, ed ora sono bagnato per davvero, stranamente allegro. Ci abbracciamo, senza dire una parola. Da guardiano del faro mi trasformo, definitivamente. Sono pronto a tornare adesso.
Luci che cambiano ovunque, bassi serrati, parole incomprensibili tra le persone in pista. Siedo su un comodo divanetto, nel privé. E’ vero, la discoteca non mi è mai piaciuta, ma appena tornato dal Norfolk mi hanno trascinato qui, per festeggiare la pubblicazione del libro appena scritto, dicono. Mi siedi accanto, e forse pensi di essere solamente incompresa, tra tutto quel rumore, mentre sorridi e mi parli. Capisco tutto, invece: anche che staremo vicini ancora per molto. August 10 Le tende a castelloIstruzioni per la lettura del titolo: Togliere E, L, O a castello. Il resto delle lettere del titolo sono un anagramma di due parole (6; 7).
Quando guardo le stelle mi sento sempre un po’ triste, forse anche sperduto. Stasera ero in riva al lago, al buio. Nel silenzio cadenzato dal canto dei grilli entrava, prepotente, il suono di una fisarmonica che lasciava tutto in un’atmosfera irreale, anni 50. Certo, c’erano gli altri, che però non riuscivo ad ascoltare. Mentre parlavamo io avevo la testa lassù, in cielo, con quelle stelle così lontane e così vicine, che quando è San Lorenzo ti sembra che possano toccarsi, e speri, in cuor tuo, di essere stato l’unico a vederle in quel preciso istante, ma sai che qualcun altro era lì, pronto ad urlare “l’ho vista!”. Guardavo le stelle sdraiato accanto a una donna, e mi sentivo solo. E’ stato strano: Per i primi 10 minuti ogni volta che vedevo una scia luminosa, veloce, elegante, lo dicevo a gran voce:- Ehi, una stella, vista?- Ho smesso poi. Non era importante che gli altri lo sapessero, avrei solamente voluto che in quello stesso istante un’altra persona avesse visto quello che vedevo io, avrei voluto condividere con lei quel momento in silenzio, nel calore di uno sguardo. Spero che qualcuno abbia guardato le mie stesse stelle stasera, che abbia espresso il mio stesso desiderio, che si senta impotente, impaziente come me. Tornando a casa mi sono fermato in una strada sterrata, ho spento la macchina e mi sono steso sul tetto. Il buio, il silenzio, la solitudine. Ho pensato che era quello il modo giusto per guardare: lontano nel buio. Ero accanto ad una donna, parlavo e mi sentivo solo. Vorrei essere accanto ad una donna, non parlare, essere ascoltato. August 08 Quadratura del cerchio.Non gli capitava da tempo di passare una giornata in quel modo. Si era chiesto milioni di volte cosa fosse degno di nota, nell’ultimo periodo. Avere ciò che vuoi nel momento in cui lo cerchi?, soffrire per ottenerlo?, ricordare un passato doloroso e scoprire che sì, è da attribuire definitivamente al passato? Mentre se lo chiedeva era a casa, seduto in penombra. La pala del ventilatore girava, smuoveva l’aria appiccicosa della città deserta. Finalmente qualcosa era cambiato. Quando non pensava più a quella strana domanda che gli ronzava in testa la risposta, prepotente, era arrivata, quasi potesse toccarsi. Una giornata fatta di piccole cose: di gesti fuori dal normale, di sorrisi e di sguardi, di voci e di mani. La giornata appena finita. Il miagolio delicato del gatto lo riporta alla realtà. Sorride: il gatto è stato un argomento di conversazione. "C'è un sacco di gente non invitata al ballo, che ci starebbe bene, in quelle scarpe"* Quella appena finita è una giornata strana, che quando finisce ricordi con piacere, che vorresti rivivere: quella con i gatti, le mani e i sorrisi. La giornata perfetta.
*E' un detto popolare campano, una nenia che il mio coinquamico Marco mi ha suggerito. L'ho interpretata così: Al mondo ci sono tante di quelle persone che ancora non conosci e che poi, in un attimo, capisci essere importanti come poche, simili a te come nessun altro. Così pensi di avere accanto a te la persona ideale. Poi, non invitata al ballo, che piange in un angolo sperduto, c'è la quella giusta, che tu ancora non conosci, e forse non conoscerai mai. August 01 Regalo?Dopo un periodo di assenza per niente forzato, durante il quale mancava solamente l'ispirazione, non la voglia. Rieccomi qui, pronto a raccontare una storia, forse grazie a due ragazze che conosco ancora poco, che da Massa Carrara mi hanno mandato dei complimenti utili a farmi sbloccare.
Gli capitava spesso di sedersi su quei ricordi di bambino: come un fiume in piena arrivava suo cugino, i suoi zii che salivano dal sud e gli portavano, ogni estate, le brioches con la granita. Era studente universitario, ormai. Si sa, i ricordi di bambino te li scordi tutti tranne i più insignificanti; i più insignificanti per gli altri: per te è tutta un’altra storia. Sedeva e si dondolava al ritmo di tre ottavi, dandosi la spinta necessaria per non fermarsi, quella giusta per non muoversi troppo. Agosto era arrivato da due giorni ormai, l’estate aveva appena girato attorno alla boa di metà percorso e si avviava al termine. Mancava solo il mese più duro. “La fotografia è sviluppata in trattamento spinto, rende i colori più nitidi, forti e irreali. La dimensione è una vecchia 110: Paolo siede con il nonno, nel giardino della casa in campagna. Mangiano un’albicocca appena colta dall’albero sullo sfondo. La nonna ride divertita, Paolo si è sporcato i capelli con la polpa del frutto. In basso a destra: 10 Agosto 1989” Guardava una foto, Paolo, appesa sul balcone, all’interno di una cornice. I suoi colori irreali la rendevano lontana e impossibile, tanto che, se si fosse fermato a ricordare, avrebbe concluso che quei momenti non c’erano mai stati, che quella estate felice era un’utopia, un sogno lontano come il mare in montagna. Decise di alzarsi per andare in cucina a preparare un caffè lungo: lungo come il ritmo tre ottavi di una canzone, lungo come la fotografia in formato 110, lungo come Agosto, che da un po’ di anni non voleva saperne, di passare. July 13 Idiozia di luglio.Oggi vorrei analizzare l’idiozia umana. Prendiamo una mattina di Luglio. E’ un po’ nuvolo in cielo, non ti sembra neanche sia domenica: c’è traffico in città, le persone arrivano dai paesi vicini: non c’è nessun bisogno di cercare refrigerio al mare. Ti sei appena alzato e cammini sul balcone quando inizia a piovere. Una pioggerellina fina e fitta, che se ci cammini attraverso ti bagna il doppio di un diluvio, ti penetra nelle ossa e ti annebbia la vista. Ti affacci al balcone e vedi una volante della polizia: sorpassa macchine a casaccio, si pianta in mezzo alla carreggiata, di traverso, con i lampeggianti accesi. Scende un poliziotto, magro come una modella anoressica, con gli atteggiamenti da Robocop. Non sai per quale motivo, ma tiene la mano sulla fondina, mentre dice alle macchine di fermarsi. :- Chissà cosa succede, hai visto come è inferocito quel poliziotto? Nel mentre si forma una coda chilometrica, da far invidia alla Salerno Reggio Calabria chiusa per lavori. Gli automobilisti iniziano a suonare i clacson in maniera forsennata, quasi non si ricordassero che oltre a loro ci sono altre persone, che vivono nei palazzi adiacenti. FORSE potrebbero ancora dormire. Si svela l’arcano: dal nulla compaiono 5 ciclisti, e se sono cinque, sono V davvero (scritto in tutti i modi, così che tutti possano capire che erano CINQUE, dannazione). Capisci che il traffico era bloccato solo per loro, che in questa mattinata piovosa di luglio, alla fine, si sono sentiti padroni del mondo, andando in giro a fare una passeggiatina scortati dall’ordine costituito. Deve essere Luglio, pensi. Deve essere il caldo. Rientri in casa e sorridi, pensando a Robocop-Moss-dal-grilletto-facile. July 10 Con dedicaQuesta sera ho riflettuto sui tanti discorsi virtuali fatti nell’ultimo periodo con tante persone differenti. Sembra ci sia un filo conduttore in questa estate. Un filo che parla d’amore che non riesce a decollare o che si appresta ad atterrare. Che comunque rimane giù, schiacciato al suolo. Ho provato ad immaginare cosa si prova, a sentirsi così (a dire il vero fino a poco tempo fa’ mi sono sentito in una maniera simile, ma non ci avevo mai pensato fino in fondo, forse per non soffrire). Quello che è venuto fuori è un racconto metaforico, pieno di periodi ipotetici, regno di tutti i prof. di grammatica e filologia; casa degli psicologi e degli psicoterapeuti. Lo dedico a chi si sente male per qualcun altro, a chi pensa di aver trovato la persona giusta, a chi crede di non essere stato trovato (Aurora, Fabio, Francesca, Letizia, Marco, Martina, Tina e gli altri che non mi vengono ora).
“Cosa succederebbe se una notte, mentre un treno viaggia stancamente passando per valli incontaminate e pianure interminabili, le rotaie sulle quali si appoggia iniziassero ad allontanarsi tra di loro? Saresti seduta a leggere un buon libro, nella penombra di uno scompartimento troppo pieno. Forse staresti dormendo, con la tua borsa abbracciata al petto, il portafogli in tasca, quasi non ti fidassi neanche di Dio. Le ruote inizierebbero a sfrigolare per l’attrito, la motrice scatenerebbe la forza dei suoi muscoli, per tenersi aggrappata a quel filo sicuro. Cederebbe, alla fine, adagiandosi sul terreno, come Ettore ferito da Achille. Inizialmente avresti sentito solamente qualche leggera vibrazione, forse avresti potuto imprecare per quell’inattesa pausa di lettura, per quella riga saltata, per quel magnifico sogno interrotto così, sul più bello. Avresti capito: i rumori sempre più forti, le vibrazioni che dalle ruote salgono fino al pavimento. Lo schianto fragoroso della locomotiva, la gravità che ti schiaccia al sedile. Paura. Ed ecco, proprio qui viene il bello! Ai primi momenti di silenzio, quello così rumoroso, che si sente solamente in alcune occasioni, si sostituirebbero i mormorii, i lamenti; le bestemmie di chi, ironia della sorte, ha ricevuto le grazie maggiori di Dio.
Ti tocchi, quasi a sincerarti di essere te, di essere tutto intero. Decidi che devi scrollarti di dosso la tappezzeria che sa di stantio, che sembra calcata sulla tua schiena. Ti alzi e scopri, infine, che ti è andata bene, che per quanto le rotaie si siano divise nel punto cruciale del viaggio tu sei ancora viva, pronta a tornare a viaggiare. Arrivano i primi soccorsi. I più gravi in ospedale, gli altri continueranno il percorso su un altro treno, posto poco più avanti, giunto da un’altra stazione. Sei stata fortunata: con il tuo bagaglio sali in carrozza e ti metti a sedere: il nuovo treno si muove. Che piacere scoprire di aver trovato altre due rotaie. Dritte, si spera, fino alla fine del viaggio. Apri il libro e leggi: un’altra storia.” July 08 Biglietti e marionetteSignori miei, siamo ad una svolta?
Stamani stavo leggendo svogliatamente il Corriere della Sera online, come tutte le mattine. Incappo su un meraviglioso articolo, che spiega come il famigerato "President Office" della Casa Bianca americana abbia pubblicato, all'interno della "Press Release" per i giornalisti partecipanti al G8, una biografia del nostro Amato Presidente Silvio Berlusconi. A grandi linee si legge:
«Il premier italiano è stato uno dei più controversi leader nella storia di un paese conosciuto per corruzione governativa e vizio. Principalmente un uomo d'affari con massicce proprietà e grande influenza nei media internazionali. Berlusconi era considerato da molti un dilettante in politica che ha conquistato la sua importante carica solo grazie alla sua notevole influenza sui media nazionali finché non ha perso il posto nel 2006. Odiato da molti ma rispettato da tutti almeno per la sua 'bella figura' (in italiano nel testo) e la pura forza della sua volontà Berlusconi ha trasformato il suo senso degli affari e la sua influenza in un impero personale che ha prodotto il governo italiano di più lunga durata assoluta e la sua posizione di persona più ricca del paese. Da ragazzo guadagnava i soldi organizzando spettacoli di marionette per cui faceva pagare il biglietto di ingresso.»
Chiaramente, dopo aver letto la press release, Berlusconi (unico premier dei Paesi G8 a non spiccicare una parola di inglese) non ci aveva capito niente. Devono averglielo spiegato i suoi assistenti. Immediate le scuse di Bush, anzi, di Tony Fratto (per dirla con una parola, il PR di Bush):
«Scrivo in relazione a certi documenti di background che sono stati distribuiti ai giornalisti in viaggio sull'Air Force One per il vertice del G8 che si tiene in Giappone. Una biografia non ufficiale del primo ministro italiano Berlusconi, inclusa nel materiale stampa, utilizza un linguaggio insultante sia nei confronti del primo ministro Berlusconi che del popolo italiano. I sentimenti espressi nella biografia non rappresentano le vedute del presidente Bush, del governo americano e degli americani. Ci scusiamo con l'Italia e con il primo ministro per questo errore davvero sfortunato. Come tutti coloro che hanno seguito il presidente Bush, il presidente ha per il premier Berlusconi e per tutti gli italiani la più alta stima e riguardo.»
Per una volta che l'informazione era stata libera, per una volta che anche i potenti del mondo avevano detto la verità. Ohhh George, perché ritratti George?
Per quanto, in ultimo, riguarda il titolo del Corriere, così come il testo della lettera di Mister Fratto, che scrive di un "Linguaggio insultante nei confronti degli italiani", rispondo:- No, grazie, Mister: siamo proprio come quella biografia ci dipinge. Non me la prendo, se mi dicono la verità-. July 05 LimboCome potrei dire di sentirmi bene? Osservo tutte le sere il cielo nero, pesante come un macigno, debole per il caldo, quasi come me. Entro in casa con la tazzina del caffè appena svuotata e guardo persone che non mi vedono ma si ricordano di momenti passati in compagnia. E’ strano come quando si potrebbe guardare qualcuno negli occhi non lo si faccia, si preferisca ricordarla. Quando non c’è più si cerca il suo sguardo, che sembra diventato così avido, ma forse si è solo stancato di aspettare. Non mi sento male, neanche bene. La sensazione è strana, difficile da provare. In questa estate, che si preannuncia lunga e malinconica, porterò tre oggetti a farmi compagnia, e poi tre stelle, tre valigie, tre persone. Leggevo l’altro giorno di un ragazzo, massacrato a Trieste dalla polizia. Aveva vinto un concorso da netturbino in città, lo aveva saputo solo alla sera. Una vita difficile, la sua, maltrattato in Aeronautica per atti di nonnismo e ridotto claudicante, invalido per sempre. Seppe di aver vinto il suo concorso, lanciò dei petardi sul balcone. Un vicino di casa avvertì la Polizia che arrivò in fretta (come riesce a fare solo quando non ce n’è bisogno). Sfondarono la porta e lo ammanettarono, salendogli a turno sul torace, schiacciandogli le vertebre, facendolo smettere di respirare. Se solo fossero andati in cucina avrebbero conosciuto il suo lato umano, quello che loro si erano risparmiati di mostrare: accanto alla caffettiera c’era un biglietto. “Mi sono calmato, non fatemi del male”. Una delle persone che porterò: a schiarire un po’ il mio cielo nero, a ricordarmi che la vita non è sempre come la pensi, a zuccherare quel caffè amaro che è l’estate. June 29 In morte di G. M.Qui mi si costringe ad usare la forza delle parole, ed io accetto la sfida. Andavo a cena, quella sera di Settembre. Mi passava a prendere Eleonora, la mia amica di Viterbo. Avevo appena fatto una frittata, che si era catapultata dalla padella al pavimento: mi veniva da piangere, avevo fame e sonno, ero triste. Ero entrato in camera tua tante di quelle volte, guardando quel letto rifatto a metà, quella stanza anonima. Chi ci vivrà? Come sarà questo fantomatico “ragaSSino”? “Questo Marco di Modena”? Entrasti dalla porta in quel modo, l’ho rivisto per due anni, ogni settimana. Aprivi la porta come se irrompesse di botto la polizia. Gettavi la tua valigia fin sotto quel mucchio di fotografie, che sembrava quasi le avremmo distrutte, prima o poi. Alla fine toglievi le cuffie, accendevi la luce e bestemmiavi, tanto per gradire. Solo chi vede la nebbia per 365 giorni l’anno, chi vive nella bassa, dove l’inverno si taglia a fette e l’estate ti toglie il fiato, poteva riuscire a dirne così tante. Pensavo. Ti ho visto in tutte le pose, in tutti gli atteggiamenti, in tutti gli stati d’animo. Due cose mi sono mancate: Vederti piangere, anche se so che ti capitava. Vederti nudo. Sembra strano, ma avevo pensato che in casa ci si incontrasse nudi, qualche volta. Nulla di sessualmente attrattivo, chiaro; sta a dimostrare che, nonostante la complicità, siamo stati sempre discreti l’un con l’altro, e ci siamo rispettati, a nostro modo. Stamani, quando sono partito, avrei voluto aprire la porta della tua camera ed iniziare a fare il verso della sirena della contraerea, oppure un bel rutto da spaccare i timpani, oppure urlare contro la “maialalla” cattiva. Non mi è sembrato il caso, me ne sono andato discretamente come sono entrato. Scritta quella lettera sono andato di sotto a fare colazione, al bar Mirko, quello vicino al tabaccaio. Che strana cosa. E’ il primo bar dove sono entrato, appena arrivato a Forlì. L’ho detto al barista, che mi ha chiesto come andasse:- Una merda- ho risposto senza una punta di malizia. Mi è scesa una lacrima ed è caduta dagli occhiali da sole, direttamente nel cappuccino. Ho bevuto. E quella lacrima è nel mio cuore. Tu sei nel mio cuore, e se anche non urleremo più fuori dal balcone, alle 11 di sera, saprò che posso contarci. Ciao orso peloso! Sappi che non è vero che bestemmiano solo nella bassa, che solo voi ne siete capaci, intendo. Qualche volta capita anche a me. E’ vero, avete una marcia in più, ma avete vinto una battaglia, mica la guerra… Che bello quel cane, sembra proprio un… June 24 L'ora dei mattiSalgo le scale tre a tre. La fatica è attutita dalla preoccupazione. So già che la sentirò tutta non appena mi sarò messo seduto. Quando ti telefonano nel cuore della notte è sempre così: ti alzi di botto e ti guardi intorno. Apri la bocca cercando aria da mandare giù, poi ti giri alla ricerca del telefono. Ascolti arrabbiato, in principio, e speri di doverlo rimanere. Alle volte però l’arrabbiatura sfuma in incredulità, poi in paura. Ti alzi nel buio e trovi i vestiti della sera prima, non ancora piegati. Primo cassetto a destra: mutande e calzini. Sali in macchina e corri per le strade deserte. Troppo presto per chi lavora di giorno, troppo tardi per chi vive la notte. E’ l’ora dei ladri, dei morti, dei pazzi. Sai di poterti permettere la velocità. Prima, seconda; giù la frizione, acceleratore per far salire i giri, terza e gas. Il motore urla per strada, senza nemici da battere. Solo il tempo, solo te. E’ strano come non si senta la fatica. Ti sei svegliato da poco, senti di essere sporco, eppure corri. Cerchi parcheggio. Scendi, le chiavi in mano tintinnano, come le monetine che ti dava la nonna per il gelato, apri il portone. Sale le scale a tre a tre, niente fatica, niente pensieri. Cerchi la chiave per aprire la porta, l’unica che non riesci a trovare. Entri di corsa e sgrani gli occhi. Una casa vuota ti accoglie tra le sue braccia fredde. Inizi a chiederti chi fosse al telefono, per quale motivo sei corso in un posto che sapevi non essere più quello che era ai tuoi ricordi. Sei tu, a sentirti vuoto, ora. Ti senti appena sveglio da un sogno pazzesco, mostruoso e grottesco. Hai paura, sei terribilmente eccitato. Cadi a terra schiacciato dal sonno perduto. Se questa è l’ora dei pazzi deve aver scelto bene la sua preda. June 21 NowhereC’è gente che vuole dormire. Mentre passeggi per strada con una ragazza, quando cerchi di scherzare con gli amici, senza far rumore però, che non ti sentano. Da una finestra si affaccia qualcuno; urla:- C’è gente che vuole dormire!- Tu no invece, non vuoi proprio chiuderli quegli occhi. Rimani aggrappato forte a quel filo di forza rimasto: un equilibrista che cerca il suo baricentro per sopravvivere all’incontrollabile sonno. Cammini per le strade deserte, infili le cuffie per sentire la musica. C’è gente che vuole dormire! Sorridi e guardi in alto, sulla faccia un sorrisetto di sfida, da grande. Avresti bisogno di un pianeta tutto tuo, lì si che potresti costruire il tuo regno. Un regno di niente, sei un essere strano, come ne esistono pochi. A questo mondo hai bisogno di sentire qualcosa. Ma lo sai, nel tuo piccolo creato di vuoto, lì davvero non avresti bisogno di nulla. :- C’è gente che vuole dormire!- Bugiardo. Lo sa anche lui che non eri tu la causa della sua insonnia. Si girava nel letto, si sentiva rapito da migliaia di pensieri che come formiche si insinuavano sotto il suo pigiama, sulle sue braccia. Sei un capro espiatorio. Cammini per la strada umida, la temperatura è quella giusta, che ti ricorda le vacanze in campagna e le passeggiate “coi grandi”, dopo cena, per andare a prendere il gelato. Lo senti il caldo, come allora. Pensi che ti bastava un gelato alla fragola e al limone, senza panna, per renderti pieno di forza. Pensi, e ti vedi grande, con la barba di due giorni che continua a crescere. Hai bisogno del tuo mondo di nulla, ora. :- C’è gente che vuole dormire!- Abbassi la testa, ti concentri sul ritmo del tuo passo, conti la distanza che ti separa dal tuo sogno ad occhi aperti. C’è gente che vuole dormire! Tu hai smesso da un pezzo. June 19 Gente della notte.E’ sempre la solita storia. Torni a casa da un concerto ed accompagni tutti gli amici. Alla fine, anche se si offrono di guidare, adori farlo tu. Magari non ti piace dare la tua macchina in mano ad altri, anche se bravi, magari ti piace la notte in tutte le sue sfaccettature, compresi gli estenuanti viaggi in autostrada. Ti metti in marcia e ti allontani da persone che hai conosciuto per caso. Come in tutti i concerti scopri che sei fatto male, che ti hanno costruito con dei pezzi troppo sensibili: in genere ti paragoni ad una Fiat Panda con il volante di una Ferrari: decisamente troppo sensibile. Scopri di esserti affezionato e di non essere riuscito a darlo a vedere. Scopri che non riesci mai ad esternare tutta quella miriade di sentimenti che ti roteano nel cervello, fin quando non si spengono giù, in fondo agli altri, come le cartoline di quando eri bambino in una scatola di scarpe. Un bacio appassionato si trasforma in un pensiero, un abbraccio in un saluto militare. Così è la vita, pensi. E intanto la vita passa, e passano le occasioni per far capire cosa provi. Viaggi in macchina e ti lavi di dosso i problemi: canti a squarciagola e giochi a mantenere le palpebre aperte. Forse guidi per scappare dalla sincerità. Se ti fermi ti raggiunge, alle volte sale in macchina con te, rimane una presenza silenziosa, seduta dietro come il cliente che aspetta che l'autista del Taxi arrivi a destinazione. Arrivo a casa, scendo dalla macchina e raccolgo le mie cose. Ho scoperto altre persone comuni, fuori dal comune, a questo mondo. Che sia forse questo il vero significato della parola sincerità? Allacciate le cinture, tra poco si riparte. June 14 L'altro spicchio del cielo.Uno se ne va, uno torna. Per quello strano meccanismo che nasce con noi, si sviluppa con gli anni, e si acuisce in vecchiaia, pian piano diventiamo tutti più saggi. Forse non è vero, forse siamo sempre gli stessi, e diciamo le stesse cose con più consapevolezza. Uno se ne va, uno torna. Gli anziani lo ripetono quando vedono un piangere per una donna lontana, per un amicizia persa. Mio zio mi guardò da sotto la tesa del cappello di paglia, con il falcetto in mano:- Uno se ne va, uno torna. La tortorella che è scappata stanotte se ne è andata, però hai visto? Stamani abbiamo ritrovato il piccione che era scappato ieri!- Non mi importava molto di quelle parole, mio nonno entrava ed usciva dall’ospedale e mia nonna, che di solito mi accudiva per tutta l’Estate, era spesso con lui. Mio zio e mia zia avevano accettato di farmi stare con loro e tentavano in tutti i modi di farmi passare di mente i brutti pensieri che mi annebbiavano la mente. :- Uno se ne va, uno torna.- Guardavo mio zio, gli occhi azzurri, stanchi: due rughe sotto gli occhi lo rendevano simile ad una statua centenaria, la faccia tonda e gonfia, i capelli bianco della neve. Se non fosse stato lui, il saggio, chi allora? A distanza di anni cammino sul bagnasciuga, in una mano le pantofole, nell’altra gli occhiali da sole. Il tramonto colora l’acqua di rosso. Guardo una nave lontana e penso. Non è un periodo facile: dire addio a tante persone, tutte insieme. Guardo in fondo alla spiaggia, dove sono sicuro che i miei occhi non possano arrivare, dove so che il mio sguardo non darà fastidio. Vedere una persona correre verso di me mi lascia esterrefatto, inforco gli occhiali per sfidare il sole, per capire chi sta osando guardare dentro il mio cuore. Non mi aspettavo questo interesse, non pensavo di essere visto. Man mano che si avvicina a me quella persona inizia a cambiare forma, corpo, sesso. Diventa giovane, poi vecchia, poi ride, ora è triste. Amici che si sono susseguiti nella mia vita, che non ci sono più o che ho perso. Tutti lì, a guardare dentro il mio cuore per cercare la spina che lo trafigge. :- Uno se ne va, uno torna.- Penso mentre abbraccio quella strana figura. Ci baciamo e ci solleviamo a vicenda, per cadere a sedere sulla sabbia. Quando ci rialziamo, salutandoci, ci separiamo per strade diverse. Vedere quel pestio di piedi sulla sabbia, quel insieme di orme che si fondono tra loro, mi ricorda che non sono solo. Guardo meglio: il mio amico si allontana, accanto a me le sue orme. Non sono solo, neanche quando sembra. June 11 Tought's fluxHo sentito parlare per 1.59 Giovanni Allevi, non suonare, parlare. Penso che sia un genio della musica, ma che cazzo, non riuscirei a interloquirci neanche sotto tortura, quando dice “che bello” gli darei una mazzata sui denti.
Ho scoperto che il suddetto Giovanni Allevi si fa’ fare, per contratto, una torta al cioccolato ad ogni concerto. Lo odio, piccolo viziatello, dovrebbe farmi la beneficenza di regalarmene una, almeno una, se vado a vedere una sua esibizione.
Ho scaricato il gioco di Playboy, non so di cosa si parli, ma mi hanno detto che di tette e culi non c’è quasi nulla. Devi gestire, comprare, vendere. Ci ho giocato ed è difficile anche con il mouse… Pensare che Victoria Silvestedt fa’ lo stesso cazzo di lavoro, solamente nel mondo reale. Mi da’ i brividi.
Mi sono rotto il cazzo di stare dentro casa, comincio ad odiare tutto ciò che ha 4 mura.
Sono diventato zoppo causa calcetto, non riesco a camminare bene, anzi, sembro storpio. Non è l’essere storpio, o il sembrarlo che mi infastidisce. E’ il non esserlo mai stato che mi fa’ immaginare come si possa sentire una persona che di punto in bianco rimane così per tutta la vita. Deve essere odioso.
Mi sono accorto che sulle 5 frasi che fin’ora ho scritto in ben 3 c’è la parola CAZZO (ora in 4), tutto ciò mi fa’ immaginare, quantomeno, che il mio stato psicofisico sia alterato da un non so quale problema (ovviamente del cazzo) che mi fa’ essere nervoso.
Quando ci sono gli esami mi vengono i brufoli sulla faccia, ma ho trovato il modo di debellarli. Chi vuole la mia ricetta mi contatti.
Quando c’è l’inverno non trovo una tipa neanche a pagarla oro. Chi vuole sposarmi, mi contatti.
SVEVBE. May 24 PortiCammina su un pontile abbandonato. Ricorda quando era piccola: suo padre finiva di lavorare alle 7, prima dell’ora di cena. Lei e la madre si avviavano, mano nella mano, verso il porto. Partivano di casa mezz’ora prima ed andavano con le altre donne del paese a prendere gli uomini: metafora per cibo, per soldi, per aiuto. Quando arrivava al molo sua madre le lasciava la mano. Non aveva mai capito il significato di quel gesto così naturale. Le macchine che si incontravano per strada erano decisamente meno di quelle che sfrecciavano al porto, in mezzo a tutta quella gente, a velocità folli, suonando il clacson. Eppure sua madre le lasciava la mano, al porto, e lei era libera di esplorare, di cercare tra gli scatoloni, di annusare le scarpe di cuoio appena arrivate, ammassate nei container. Quando una gru sganciava per sbaglio il carico, suonava la sirena e faceva urlare gli scaricatori, “CADE!”, lei era lì. Sua madre non la richiamava. La strattonava solamente se correva per strada, dove non c’era nessuno. Che sua madre si fidasse di lei al porto? Il porto si fidava di lei, e lei credeva nella bontà del porto. Il padre arrivava cinque minuti dopo il suono della sirena. Baciava la madre e le lasciava la sporta per il cibo perché la riempisse di vivande per il giorno seguente. La guardava con i suoi occhi azzurri, sorridente. La prendeva in braccio, con quelle sue mani callose, enormi e così buone, per quanto sapessero come fare del male; subito dopo averla messa al collo le accarezzava i capelli, tirandoli indietro. Poi la portava tra le file dei container appena scaricati, ancora gocciolanti d’acqua di mare:- Qui ci sono degli orsacchiotti che vengono dall’Italia, e lì invece ci hanno messo le scatole di frutta sciroppata… Ce ne vogliamo mangiare un po’?- Ridevano mentre aprivano le porte di quelle casette di ferro, continuavano a ridere anche quando arrivava quella zaffata di odore di mare, di frutta e di muffa, che scendeva fino allo stomaco, facendolo contrarre schifato. Tornava dalla mamma, con la sua ananas sciroppata in mano, ed il padre la lasciava scivolare giù fino a toccare terra, appoggiandola come fosse la cosa più preziosa del mondo. E forse lo era. La mamma le prendeva la mano, tornavano a casa camminando mentre il padre, dall’altra parte della strada, le salutava con la mano. Il bar lo aspettava, i suoi amici si sarebbero ubriacati, ma lui no. Era papà. Cammina su un pontile abbandonato. La salsedine le incolla i capelli al volto, la pioggia fina e acuminata di gelo le bagna i vestiti. E’ sicura di vedere suo padre che bacia sua madre, i container con la frutta sciroppata, gli orsacchiotti rosa provenienti dall’Italia. Le navi scricchiolano e muovono le carene, le corde si tendono con un lamento acuto. Il pontile abbandonato riprende vita e lei, così lontana da casa per lavoro, ritrova la felicità di quando era bambina. Miracoli del porto: si fidava di lei. Il rispetto reciproco, i ricordi. Sì, il porto è proprio buono. May 20 SensazioneUna goccia cadeva regolarmente dalla cima della persiana fin giù al davanzale: TLAC! La finestra era aperta, il caldo umido gli incollava l’elastico delle mutande alla vita, così forte che anche se inarcava la schiena per provare a scollarle non vi riusciva. Pioveva da due giorni ormai, mentre tutti aspettavano un’aria fresca proveniente dal Nord Europa, quella afosa conca sembrava arsa dal sole. No: Madre Natura non era stata gentile con quel punto della pianura: Durante la Creazione, proprio il venerdì, si era detta:- Per quale motivo dovrei dare a questi muli la possibilità di vedere il sole, quando fa’ caldo?- Non c’era stato scampo. Temperature estive e pioggia invernale. Il mare può attendere, prima ci sono i campi da coltivare. TLAc! Dopo una giornata passata tra il letto e la sedia, con il ventilatore che sembrava girare inutilmente come i mulini di Don Chisciotte, era finalmente scesa la sera. La nebbia umida iniziava a scendere, così densa da tapparti il respiro, da cercarti il cuore ed il fegato, per portarteli via. Alzò la testa dallo schienale di pelle inumidito, cercò tra le sue cose l’accappatoio e l’asciugamano, si avviò al bagno. TLac! Mentre l’acqua scrosciava forte picchiettandogli sulla testa e sulle spalle, non riusciva a pensare. Per lui era sempre stato un rituale pagano, la doccia. Mesceva come un profumiere italiano le manopole, per aggiustare la temperatura, odorava il bagnoschiuma per comprendere quale effetto avrebbe provato sentendolo addosso a qualcuno. Si tuffava poi con avidità dentro il suo mausoleo, pronto a sgomberare la testa da idee e pensieri. Tlac! Uscì dalla doccia e tornò in camera senza nemmeno asciugarsi. La vecchia padrona avrebbe pulito per lui, l’indomani. Per cosa pagava l’affitto del resto? Quella becera avrebbe pur dovuto lavorare, nella sua vita. tlaC. Optò per una camicia di lino bianco da portare con gli ultimi due bottoni, in alto, aperti. Mise, come tutti i giorni, la sua catenina d’argento ed il suo bracciale di cuoio, allacciò l’orologio. Scelse dalla mensolina posta sopra alla scrivania uno tra i 5 profumi a disposizione e se ne spruzzò, dopo averlo agitato, come gli aveva insegnato sua madre:- Due spruzzi dietro le orecchie, uno sui capelli, uno sulla pancia. Rito terminato. Controllò dalla finestra: non pioveva più, la nebbia era sempre più fitta. Prese le chiavi dalla ciotola ed uscì. tlAC. Arrivò al pub camminando per le strette viuzze del centro: piene di nebbia da sembrare di un’isola irlandese, rumorose come i quartieri spagnoli di Napoli, pulite da assomigliare alle Straβe tedesche. Entrò nel locale ancora poco affollato e si sedette sullo sgabello davanti al bancone:- Una Guinness senza schiuma, che sia fredda.- Sapeva di aver appena pronunciato un anatema all’Irlanda, ma a lui piaceva così: Fredda e senza schiuma. Non gli si venisse a dire che la pasta era buona solo se cucinata dagli italiani. Anche gli chef austriaci, qualche volta, avevano il loro stile. tLAC. Mentre cercava di finire l’ultimo sorso di birra senza che l’energumeno ubriaco dietro di lui lo spingesse, girò gli occhi verso l’entrata. Una giovane donna entrò ancheggiando e scese i tre scalini che la separavano dal parterre. I suoi tacchi avevano fermato per un attimo il tempo: Gli uomini si erano girati a guardare il decolléte così abbronzato; le donne che li accompagnavano si erano fermate ad invidiare quei capelli ricci e profumati, girandosi immediatamente per una veloce ramanzina ai cavalieri. TLAC. :- Ti stavo aspettando.- Disse lui appoggiando il bicchiere sul bancone. :- Dobbiamo parlare.- Fu la secca risposta di lei. :- C’è sempre tempo, per parlare. Cosa prendi?- :- La nostra storia non può continuare. Mio marito fa’ troppe domande, incomincia a diventare difficile mentirgli. Scordati di me. - Gli stampò un bacio sulla guancia, che fu anche l’unica cosa fredda sentita durante tutta la giornata, dopo la birra. E fu forse per la sua arroganza; fu per il caldo; fu per il sollievo che provarono i tanti uomini presenti, felici di non essere accompagnati da quell’angelo abbronzato quanto spietato: l’ultima sensazione che provò, prima di andarsene a casa, fu la stessa che lo aveva infastidito durante la giornata: una goccia che si infrange sul marmo duro. TLAC! |
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